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Carcere
Tratto da parcoasinara.org
Durante la fase di transizione legislativa, nella quale si passa dai codici degli Stati preunitari alla promulgazione del codice Zanardelli, in Italia viene proposta l’istituzione delle Colonie Agricole, prendendo in considerazione il modello dell’isola di Pianosa (istituita nel 1858) e tra le diverse aree viene scelta in modo quasi incidentale l’isola dell’Asinara, è il 16 giugno 1885.
Il regolamento delle Colonie Penali Agricole entra in vigore il 1 marzo 1887 e prevedeva la suddivisione in due categorie, quelle destinate ai condannati ai lavori forzati e quelle per i condannati a tutte le altre pene.
La permanenza dei detenuti nella colonia era legata principalmente alla buona condotta e alle capacità nei lavori di coltivazione, dissodamento e bonifica dei terreni, nonché nella costruzione di strade e fabbricati.
Nel caso specifico dell’Asinara, i detenuti venivano trasportati con delle spedizioni effettuate dalle forze dell’ordine, denominate in gergo militare “traduzioni”; ogni traduzione accompagnava un numero di detenuti che variava dalle 10 alle 40 persone.
Una volta arrivati sull’isola, i detenuti affrontavano un colloquio con il comandante militare e dopo una prima valutazione, in base alla condanna riportata ed al tipo di reato, venivano ripartiti nelle varie diramazioni.
All’ingresso del carcere nel quale erano stati destinati, venivano sottoposti ad una visita sanitaria; solo il medico poteva disporre l’isolamento dell’individuo, così come poteva stabilire di metterlo nel letto di “contenzione”, nel quale doveva rimanere supino e dove gli venivano bloccati gli arti con appositi anelli, regolabili in base alla circonferenza di polsi e caviglie, per consentire un accurato controllo; il medico aveva inoltre il compito di redigere il diario clinico, una sorta di registro nel quale annotava le eventuali malattie e cure alle quali il soggetto veniva sottoposto.
Successivamente affrontavano il colloquio con lo psicologo e l’assistente sociale; anch’essi valutavano l’individuo e poi riportavano il loro giudizio in apposite cartelle.
Tutti i detenuti che soggiornavano all’Asinara venivano trattati allo stesso modo, senza preferenze e quelli considerati “buoni” avevano la possibilità di lavorare all’interno del carcere, come ad esempio nelle cucine o nelle foresterie.
Ognuno poteva usufruire del “sopra-vitto”, ovvero una quota da poter spendere all’interno dell’isola per acquistare libri e qualsiasi oggetto che avesse uno scopo culturale. Tale quota veniva stabilita dal Ministero di Grazia e Giustizia e ad esempio, nel 1985, non poteva superare le 350.000 lire mensili.
I familiari potevano andare a trovare i loro parenti periodicamente; per i detenuti del 41 bis, cioè tutti i mafiosi e i brigatisti, le visite erano concesse una volta al mese ed il colloquio avveniva tramite citofono separati da un vetro antiproiettile. Per tutti gli altri il colloquio era settimanale e senza nessun vetro.
La Colonia Penale Agricola, che divenne successivamente Casa di Reclusione, ossia luogo di soggiorno per i detenuti con condanna definitiva, era organizzata in diversi insediamenti residenziali, denominati “diramazioni” o “distaccamenti”.
Ogni diramazione era una sorta di piccolo carcere, costituito dai dormitoi per i detenuti, dalla caserma e alloggi per le guardie e dalle stalle per il ricovero degli animali.
Per quanto riguarda l’amministrazione carceraria, ogni distaccamento era composto da un direttore amministrativo, un capo diramazione, un comandante militare, educatori ed educatrici (in tutto sei), un assistente sociale, un psicologo, un psichiatra e diversi militari.
Le varie diramazioni erano dislocate in tutto il territorio dell’isola.
A Fornelli era ubicato il carcere di massima sicurezza, ampliato alla fine dell’ottocento e utilizzato come tubercolario durante la seconda guerra mondiale.
Gli anni del carcere di massima sicurezza iniziarono il 25 giugno 1971 con l’arrivo di 15 presunti mafiosi, ai quali, nel mese di settembre, se ne aggiunsero altri 18. Con il passare degli anni il numero dei criminali aumentava sempre più e così i reclusi iniziarono ad essere destinati ad altre diramazioni e solo quelli più pericolosi restavano a Fornelli.
La sera del 2 ottobre del 1977 vi fu una ribellione molto violenta che venne sedata solo il giorno successivo.
La struttura venne così rinforzata con nuove sbarre alle finestre ed alle porte, molto più robuste e sicure rispetto alle precedenti; venne ricostruita la volta ed anche il pavimento. Venne posta un’asta per bloccare la porta che dava l’accesso al cortile per “l’ora d’aria” e che consentiva l’ingresso dei detenuti solo uno alla volta ed inoltre, onde evitare contatti tra le stesse persone, di volta in volta veniva cambiata la provenienza di cella, ciascuna delle quali ospitava al massimo due individui. Gli armadietti in legno vennero sostituiti con degli armadietti in metallo fissati al muro, così come le scrivanie ed i letti. Nei corridoi vennero messi dei cancelli che separavano nel braccio un numero minimo di celle e, per ogni cancello, rimaneva una sentinella a fare il suo turno.
I corridoi, i cortili, nonché i punti più nevralgici delle aree più frequentate, venivano sorvegliati con dei sistemi di telecamere; vi era anche un circuito elettronico esterno, costruito su una recinzione molto vasta ma poi, a causa delle frequenti intrusioni da parte di animali selvatici, venne disabilitato.
Nel 1983 soggiornò nell’isola anche Raffaele Cutolo, appartenente alla Nuova Camorra Organizzata. In quel periodo i detenuti venivano suddivisi nelle carceri anche a seconda della “famiglia” di appartenenza: quelli che stavano dalla sua parte e quelli contro, questi ultimi appartenevano alla così detta “Nuova Famiglia”.
Santa Maria è stata una delle diramazioni più recenti e moderne; qui veniva praticata l’agricoltura utilizzando gli aratri a trazione animale; venivano allevati cavalli, maiali, capre e vitelli. Questa diramazione veniva anche denominata “legione straniera” perché il 95% dei detenuti erano stranieri, provenienti da tutto il mondo, algerini, peruviani, portoricani, egiziani, iracheni, tutti incriminati per spaccio di sostanze stupefacenti.
A Tumbarino, in un’area priva di terreni coltivabili, si ospitavano 10-15 detenuti che avevano il compito di fare provviste di legna e carbone. Qui soggiornavano detenuti con pene molto elevate, persone condannate soprattutto per violenza carnale, i così detti “mangiabambini”, cioè i condannati per pedofilia ed altri crimini a sfondo sessuale.
La diramazione di Stretti nacque intorno agli anni ’20; aveva vocazione agricola e vennero utilizzate le strutture realizzate dall’Amministrazione Militare. Ebbe vita fino agli anni ’60, fu poi abbandonata a causa delle avversità meteorologiche e dei forti venti che colpiscono questa parte dell’isola.
Campu Perdu fu istituito dopo il primo conflitto mondiale, riutilizzando le strutture già esistenti e di appartenenza dell’Amministrazione Militare, furono allestite delle stalle molto moderne con lo scopo di sfruttare i terreni limitrofi molto fertili.
Campo Faro venne realizzata nei primi anni del novecento, accanto al cimitero italiano.
Il distaccamento di Trabuccato fu istituito dopo la prima guerra mondiale e qui venivano mandati i detenuti pericolosi, ma non come quelli che soggiornavano a Fornelli, vi erano inoltre detenuti con pene meno gravi e sconsegnati, che coltivavano una vigna di circa 5 ha; qui le celle, come anche a Campu Perdu, potevano ospitare 10-15 persone ma nei periodi di massima affluenza, con l’utilizzo di letti a castello, vi potevano soggiornare anche 30 detenuti.
Nel villaggio di Cala d’Oliva si trovavano la direzione del carcere, gli alloggi degli impiegati, la chiesa, la scuola e la diramazione denominata centrale. Quest’ultima è stata realizzata nei primi anni del secolo scorso come struttura di alloggio per i carcerati della colonia penale. Nel corso degli anni sono stati effettuati numerosi interventi di ampliamento e ristrutturazione, in relazione all’utilizzo del carcere.
Inoltre vanno ricordate le piccole diramazioni di Case Bianche ed Elighe Mannu che permisero di avviare l’attività della Casa di Lavoro, con cui poté iniziare l’opera di consolidamento post-bellica. A Case Bianche i detenuti erano prevalentmente pastori e venivano denominati “sconsegnati” in quanto non erano sottoposti ad una vigilanza continua. A questi, veniva dato il “vitto in natura”, ossia delle provviste settimanali, poiché dovendo controllare il bestiame non potevano rispettare gli orari della mensa e a volte rimanevano a dormire in apposite strutture situate in prossimità del luogo di lavoro.
Successivamente, venne utilizzato anche il “bunker” di Cala D’Oliva, un ulteriore distaccamento creato agli inizi degli anni ’80. Era composto da poche celle di sicurezza, una delle quali ospitò Totò Riina.
Storia generale dell’isola
Preso da http://www.parcoasinara.org/?pag=rub&op=showattach&idfam=3&idrub=10
E’ lungo e ho fatto copia e incolla… ma più sintetico di così si muore!
Introduzione
L’alone di fascino e di mistero ha sempre accompagnato l’Asinara lungo il trascorrere dei secoli; ed è proprio secondo la leggenda che nel 2280 a.C. Ercole accettò dai Sardi di diventare il loro Re e di dare nome alle località dedicate al suo culto. Così la piccola isola diventò Herculis Insula.
L’isola è sempre stata molto frequentata per la sua posizione baricentrica nel mare Mediterraneo; la conoscevano i fenici, nelle loro navigazioni commerciali, i greci, che la usavano come approdo lungo le rotte per la Provenza, e anche i romani, nelle loro sfortunate avventure marinaresche.
Nel Medioevo vi giunsero per primi i monaci camaldolesi, che si dedicarono alle costruzioni religiose e anche alla coltivazione dei terreni. Nel frattempo, nelle riparate baie dell’isola avevano fissato la propria dimora temporanea pirati e corsari.
Col tempo arrivarono sull’isola i pastori sardi e i pescatori liguri, che la colonizzarono sino alla fine del 1800. Però, i 500 abitanti che si erano faticosamente ambientati furono improvvisamente costretti a fare le valigie nel 1885, dalla legge firmata da Re Umberto che prevedeva l’esproprio dell’isola per la creazione di una colonia penale agricola e di una stazione sanitaria di quarantena. Durante la Prima guerra mondiale, l’isola fu utilizzata come campo di concentramento per migliaia di prigionieri serbi e austro-ungarici. Nei recenti anni ’80, la colonia penale fu trasformata in carcere di massima sicurezza e, dal 1997, in Parco Nazionale.
Le incursioni islamiche, barbariche e piratesche prima, il campo di concentramento, la stazione sanitaria e il carcere poi, hanno ostacolato per secoli i vari tentativi di valorizzazione e colonizzazione di quest’angolo di Sardegna e l’invasore di turno ha sempre cercato invano di sfruttarne le eccezionali caratteristiche di riparo e di approdo ma anche di isolamento dal mondo. Ora spetta al Parco l’importante compito di renderla disponibile a tutti e di proteggerla da eventuali nuove minacce.
Eta’ nuragica e prenuragica: Le domus de janas a Campo Perdu
La prima presenza umana antica sull’isola sembra essere di origine protonuragica, con le domus de janas (letteralmente case delle fate: tombe o dimore?) costruite negli anfratti dell’unica lente di calcare morbido presente sull’isola, nei pressi della ex-diramazione carceraria agricola di Campu Perdu. Coevo è il bronzetto nuragico, raffigurante il bue stante, che pare sia stato ritrovato sull’isola e che ora è esposto all’Antiquarium Turritano di Porto Torres, ma la sua provenienza è tuttora incerta.
Eta’ romana: Il relitto di Cala Reale
Oltre cento chilometri di coste, secche e rocce affioranti costituiscono un ambiente quasi inesplorato della storia marina dell’isola; i fondali non sono solo ricchi di pesci e alghe, ma anche di relitti di navi di tutte le epoche, affondate per eventi naturali di particolare intensità, per l’insidia dei fondali o per le numerosissime e cruente battaglie navali. Recente è il ritrovamento di un relitto di epoca romana, che trasportava anfore contenenti prodotti a base di pesce, ora visibile a pochi metri di profondità, a poca distanza dal molo di Cala Reale. Sul terreno, inoltre, non è difficile imbattersi in un coccio di tegola o anfora romana, segni espliciti di una diffusa presenza anche sulla terraferma. E’ certo dunque che i romani abitarono l’isola, tenendo stretti contatti con la vicina colonia di Turris Lybissonis, l’odierna Porto Torres. E diedero all’isola il nome di Sinuaria, per via delle numerossissime insenature.
Alto Medioevo: Le incursioni dei mori
Le prime incursioni degli Arabi in Sardegna a all’Asinara risalgono al 700 d.C. e sono caratterizzate da furibonde battaglie con i fieri Sardi, popolo intenzionato a difendersi ma assolutamente sprovvisto di mezzi adatti. La ritirata verso l’interno da parte delle popolazioni costiere lasciò scoperte coste e isole, che diventarono teatro di battaglia delle Repubbliche marinare, in particolar modo di Genova e Pisa.
Dopo la vittoria del 1015 contro Mugahid, l’ultimo invasore islamico, la Sardegna si aprì al continente, favorendo lo stanziamento delle diverse famiglie, specialmente liguri e toscane, attirate dai facili guadagni che la Sardegna allora prometteva. Fra queste casate vi furono anche i malaspina, marchesi di Lunigiana, che pare abbiano fatto erigere il castello situato nel massiccio che sovrasta lo stretto passaggio marino di Fornelli. La storia di questo castello, che dal basso della collina si confonde quasi con le rocce granitiche, appare tuttora comunque controversa: alcuni, ad esempio, ne fanno risalire la costruzione interno al 1590.
Medioevo: Il Cenobio di Sant’Andrea
I coraggiosi monaci camaldolesi, provenienti dall’Abbazia pisana di San Michele in Borgo, interno alla metà del 1100 eressero il loro convento e lo dedicarono a Sant’Andrea, nelle alture antistanti la spiaggia tuttora nota con quel nome. In piena stagione di incursioni vanadaliche e di scorrerie di pirati, il questo luogo incantevole non lontano da postazioni strategiche, con la presenza di acqua dolce e fertili prati, i monaci costruirono la loro dimora servendosi delle pietre garnitiche del luogo. Oggi di quei manufatti non si trova traccia visibile; esistono solo ruderi di case, forse ricostruzioni di pastori eseguite nello stesso punto nel 1700. I monaci rimasero lì per secoli, ad osservare timidamente dal loro Cenobio le navi genovesi e pisane, e poi aragonesi e anche saracene, alla fonda nella rada della Reale, foriere di lutti e rovine.
1409: La battaglia dei Genovesi contro gli Aragonesi
Tra le varie battaglie navali nelle acque dell’isola tra Aragonesi, con base ad Alghero, e i Genovesi, di stanza all’Asinara, si ricorda quella avvenuta nel 1409, che alla fine vide vincitori questi ultimi, pur se numericamente inferiori, in quanto in possesso delle bombarde, che in questa battaglia, per la prima volta, vennero usate nelle acque sarde.
Negli anni intorno al 1500, per il perdurare delle incursioni dei turchi e dei mori cominciarono al edificarsi sulle coste sarde le torri di avvistamento e difesa; ma, almeno in un primo momento non bastarono a difendersi dai pirati, primo fra i quali il Barbarossa, che fece dell’Asinara la sua base per le scorrerie nel Tirreno, arroccandosi nel fortilizio del castellaccio, nella zona di Fornelli. A partire dal 1600 gli aragonesi costruirono le torri di Cala d’Arena, di Cala d’Oliva e di Trabuccato, tuttora visibili anche se non in ottimo stato. E i loro custodi, gli alcaici e gli artiglieri, esercitarono la loro indispensabile funzione anche contro i nuovi corsari del Mediterraneo, i francesi.
1768: Il tentativo dei Velixandre
Quando la Sardegna nel 1720 passò ai Savoia, l’Asinara cominciò a popolarsi con pastori provenienti dalla Corsica e rifiutati dai sardi della Gallura e del Logudoro. Anche la tonnara di Trabuccato, in funzione da secoli e temporaneamente dismessa, riprese la sua produttività. Si arrivò in quel periodo a circa 100 abitanti, tra pastori, pescatori e torrieri. Uno dei più clamorosi tentativi di colonizzazione avvenuti nel passato fu quello dei fratelli francesi Gioacchino e Felice Velixandre. I due, speculatori di professione, fecero di tutto pur di avere la concessione dell’isola dal Governo Sardo, col preciso impegno di popolarla e colonizzarla. E’ stata sempre questa la storia dei Sardi, sempre incapaci di valutare le risorse locali, sempre animati dal desiderio di trovare un colonizzatore capace di farli rinascere. Insomma, nel 1767, i due francesi vararono il primo piano dell’isola dell’Asinara; i Velixandre allontanarono i 69 abitanti locali e vi insediarono 150 coloni francesi, i quali, però, si arresero alle difficoltà ambientali e agli imbrogli dei due fratelli che rinunciarono,nel breve volgere di due anni, al tentativo di colonizzazione.
L’iniziativa dei Velixandre servì se non altro a richiamare l’attenzione, sempre tutt’altro che disinteressata, di molti; fra questi, un nobile sassarese, Don Antonio Manca Amat, Marchese di Mores, riuscì a convincere l’allora Re di Sardegna Vittorio Amedeo II di Savoia, che nell’anno 1775gli concesse l’isola con il titolo di Duca dell’Asinara. Sotto questo nuovo regime feudale migliorò la situazione dell’isola. Don Antonio fece arrivare dei Liguri che, forti delle loro esperienze, diedero segni concreti di sviluppo nell’agricoltura e nella pesca. Questo travaso di popolazione ecultura ligure venne reso più facile dall’unione politica tra la Repubblica Marinara di Genova e il Regno di Sardegna. Comunque, anche in questo caso l’incremento demografico che tutti si aspettavano non si verificò. La soppressione dei Feudi dell’Asinara e dell’isola Piana, venne regolata da una legge del 1837. Nel 1883, sette anni prima che avesse termine tale regime feudale, gli abitanti dell’isola non superavano le 250 unità.
1885: L’istituzione della colonia penale
La Legge n.3183 del 28 giugno 1885 autorizzò l’espropriazione dell’Asinara per stabilirvi una colonia agricola ed un lazzaretto, con uno stanziamento di ben 600.000 lire per la prima e di 400.000 per il secondo. La Legge passò non senza contrasti e non senza la ferma, tenace ed ostinata reazione degli abitanti della piccola isola. Trasferire in Sardegna gli abitanti dell’Asinara non fu cosa di poco conto: dovette intervenire la forza pubblica e navi da guerra traghettarono forzatamente i più ostili. La maggior parte del bestiame perì nelle operazioni di trasporto, mentre più tardi gli ex Asinaresi furono decimati dalla fame e dalla tubercolosi. Le 45 famiglie provenienti dall’isola trovarono un luogo adatto nella vicina Nurra e fondarono il borgo di Stintino.
1915 – Il campo dei prigionieri di guerra
La stazione sanitaria era composta di una serie di edifici notevolmente aumentati ed ampliati per servire al concentramento di prigionieri di guerra internati negli anni 1915-1916. Il nucleo più importante fu quello di Cala Reale, dove sorgevano gli stabilimenti di disinfezione; gli altri gruppi, a distanza di qualche chilometro l’uno dall’altro, costituivano i cosiddetti periodi (primo, secondo e terzo) nei quali, vigendo il sistema delle quarantene, venivano successivamente isolati i passeggeri delle navi, nelle diverse fasi dell’infezione. Le zone di Campu Perdu, degli Stretti e di Fornelli diventarono campi di prigionia per molte decine di migliaia di prigionieri di guerra; nella zona di Tumbarino si realizzò un campo di isolamento sanitario. Dal dicembre del 1915 al luglio del 1916 i prigionieri dell’esercito serbo, consegnatisi dopo la ritirata in Albania, transitarono all’Asinara e molti di loro riuscirono a salvarsi dalle epidemie grazie all’impegno dell’esercito italiano e del suo comandante sull’isola Generale Ferrari. In quei pochi mesi, transitarono sull’Asinara complessivamente 24.000 prigionieri, trasportati da 20 piroscafi: di loro ne perirono 5700. Questi, ora, riposano nell’ossario per loro appositamente costruito a Campu Perdu qualche anno più tardi dal loro Governo.
Il Novecento: Il secolo del carcere
Dopo la fine della grande guerra, l’isola risulta divisa tra tre Ministeri: Ministero della Marina, per i fari di Punta Scorno e della Reale; Ministero della Sanità, dalla Stazione Sanitaria Marittima della Reale a Trabuccato; Ministero di Grazia e Giustizia, tutto il restante territorio, utilizzato come casa di lavoro all’aperto. In quegli anni venne istituito il primo servizio di posta, effettuato con una barca a vela latina, il Postalino.
Negli anni dopo la campagna di Etiopia, tra il 1937 e il 1939, furono deportati all’Asinara centinaia di confinati etiopi, per essere sottoposti a “osservazione e bonifica sanitaria”. Tra essi anche la figlia del Negus Ailè Selassiè, che morì poco dopo a Torino, dopo aver perduto il figlioletto proprio all’Asinara. E’ sempre di quel periodo la costruzione di fortini e postazioni antisbarco, tuttora visibili in tutta l’isola.
Nella seconda guerra mondiale, l’Asinara non fu direttamente coinvolta in alcuna azione bellica, anche se non mancarono episodi rilevanti, come l’affondamento della corazzata italiana Roma avvenuto al largo di Punta Scorno esattamente il giorno dopo l’armistizio. In quegli anni cessa l’attività della Stazione Sanitaria, che viene in parte destinata ad ospitare persone in soggiorno obbligato per sospetto di mafia.
Dopo la seconda guerra mondiale l’amministrazione carceraria riprese il controllo dell’isola, con la colonia agricola impegnata nella coltivazione di cereali, ortaggi e vigneti e con l’allevamento di bestiame. E’ degli anni ’60 la costruzione di importanti opere e infrastrutture, quali bacini artificiali e interventi portuali.
Si arriva così alla metà degli anni ’70, quando una diramazione del carcere fu destinata a detenuti di particolare pericolosità. Erano questi gli “anni di piombo”, quelli in cui il fenomeno del terrorismo rappresentava un pericolo per lo Stato. In particolare l’art.90 del Nuovo Ordinamento carcerario del 1975 destinava un particolare trattamento ai terroristi reclusi, che durò sino alla sua revoca nel 1984. Soggiornarono allora nel supercarcere di Fornelli i maggiori esponenti del gruppo terroristico delle Brigate Rosse, quali Renato Curcio e Alberto Franceschini, oltre a una nutrita rappresentanza di detenuti appartenenti all’Anonima Sarda.
1967 – Inizia il processo di liberalizzazione dell’isola
L’azione per la riconquista dell’Asinara da parte dei cittadini di Porto Torres inizia nell’ottobre del 1967, quando si svolge all’Hotel Lybissonis di Porto Torres un convegno di studio per lo svincolo dell’Asinara. In quegli anni però le problematiche di salvaguardia ambientale erano patrimonio esclusivo del mondo scientifico e dei naturalisti e non interessavano, come accadde invece a partire dagli anni ’70, il mondo politico, quello amministrativo e soprattutto l’opinione pubblica. Infatti, solo nel 1978, si propone per la prima volta in modo formale la costituzione del Parco Nazionale dell’Asinara, con un disegno di legge a firma del deputato Mario Segni.
1984 – Il convegno di Porto Torres
E’ nel settembre del 1984 che riprende con decisione la “battaglia di liberalizzazione” dell’Asinara, con il convegno sui parchi svoltosi a Porto Torres, promosso dal Sindaco Dino Dessì, dove viene rilanciata l’idea della costituzione di un parco naturale e la città di Porto Torres chiede allo Stato la restituzione della metà esatta del suo territorio. Da questa data in poi le azioni della comunità turritana e sarda per riappropriarsi dell’isola e farne occasione di sviluppo sostenibile diventa incessante. Ancora un altro disegno di legge, questa volta del deputato Alberto Manchinu, propone la dismissione delle servitù sull’isola dell’Asinara. Nel 1986, il sindaco di Porto Torres, Rodolfo Cermelli, scrive un’accorata lettera al Ministro di Grazia e Giustizia, proponendo la contemporanea presenza del carcere con un parco naturale a gestione comunale.
Nel mese di aprile viene presentato un disegno di legge dal senatore Montresori e da tutti i parlamentari sardi, per il trasferimento dell’isola dal Demanio Statale alla Regione Sarda, con destinazione parco naturale. In seguito, però, ad una polemica registrata dalla stampa sui privilegi rilasciati a parlamentari e funzionari ministeriali, nasce la sfida di popolo che consiste nell’osare ciò che è sempre stato negato a molti per il godere di pochi: il sindaco Rodolfo Cermelli guida la spettacolare azione dimostrativa di protesta che sfocia nel famoso “tuffo” nelle acque interdette il giorno 20 agosto e nel conseguente sbarco sulla spiaggia di Cala Sant’Andrea di oltre 700 persone con un centinaio di imbarcazioni, con notevole eco sugli organi di stampa e comunicazione. Nel frattempo il Ministero della Sanità rinuncia ai diritti sull’isola e lascia la sua porzione del territorio al demanio dello Stato.
1989 – Le proposte di villaggio penitenziario
Ma invece di accelerare il processo avviato, lo sbarco sull’isola rallenta i lavori parlamentari sul disegno di legge in esame. In agosto riprende vigore la volontà governativa di detenere l’isola e il Direttore Generale degli Istituti di Pena, Nicolò Amato, illustra ai rappresentanti istituzionali sardi la sua proposta di un villaggio penitenziario con detenuti a basso indice di pericolosità, con obbiettivi di risocializzazione e formazione professionale dei reclusi. Nel 1990, il nuovo sindaco Giacomo Rum, subentrato in seguito all’improvvisa scomparsa di Rodolfo Cermelli, chiede ed ottiene l’istituzione di una commissione mista con il compito di studiare la proposta del villaggio penitenziario.
Proprio quando sembra prendere consistenza l’idea del “carcere leggero”, se leggero può definirsi un carcere, il Senato approva il disegno di legge sulle aree protette: fra queste, oltre al Gennargentu e Golfo di Orosei, a sorpresa viene inserita, con un emendamento del Senatore Montresori, anche l’isola dell’Asinara. La legge quadro sulle aree protette n.394 viene approvata dal Parlamento e con l’art.34 viene istituito il Parco nazionale del Golfo di Orosei, Gennargentu, e Isola dell’Asinara, con la clausola che entro sei mesi si perfezioni la prevista intesa con la Regione Sarda, pena l’istituzione di un altro Parco nazionale in luogo del Parco sardo. Nel febbraio 1992 si riunisce a Cagliari la commissione mista incaricata di studiare la proposta Amato per la creazione di un villaggio penitenziario sull’Asinara, che si conclude però con un nulla di fatto proprio a causa di diversità di vedute nella gestione del territorio dell’isola tra Ministero di Grazia e Giustizia e comunità locali. Nel giugno 1992 si firma comunque l’intesa Stato-Regione che sancisce l’istituzione del Parco Nazionale sardo.
1992 – La nuova stagione della mafia: addio Parco?
Nel maggio del 1992 un improvviso e pesante attacco di mafia scuote l’intera nazione: in un attentato a Capaci, nei pressi di Palermo, muore il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. Due mesi dopo a Palermo viene ucciso il giudice Paolo Borsellino con cinque agenti della scorta. In seguito alle due stragi, il Governo, per mostrare decisione e fermezza nel combattere la mafia, decide nuove misure tra le quali quelle di istituire o riattivare carceri di massima sicurezza ed imporre un regime carcerario “duro” per reati di mafia, il ben noto art. 41 bis del Nuovo Ordinamento carcerario. Mentre in Regione viene firmata l’intesa per il Parco nazionale, all’Asinara in gran segreto si riattiva la diramazione di massima sicurezza di Fornelli e vengono trasferiti sull’isola i detenuti più pericolosi, nel completo disinteresse delle proteste della comunità locale. Anzi, per le opere di ristrutturazione da eseguire, il Governo stanzia addirittura 70 miliardi di lire, a sottolineare la fermezza della decisione statale. Il Ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli, garantisce comunque che l’utilizzo dell’Asinara come supercarcere sarà limitato nel tempo e che, al massimo il 31 dicembre 1995, verrà dismesso per permettere la realizzazione del Parco Nazionale. Nel 1993 nel comune di Porto Torres viene rieletto sindaco Dino Dessì, già primo cittadino ai tempi del convegno del 1984, che fa riprendere slancio alle proteste locali attraverso nuovi contatti con il Ministero dell’Ambiente.
1995: Un compromesso per l’Asinara
In ottobre, in un incontro Stato-Regione, si ribadisce la proposta di una possibile suddivisione in due settori del territorio dell’isola: da una parte il carcere (ancora per due anni) e dall’altra le prime basi per la creazione del Parco nazionale. Insomma, una soluzione compromissoria rispetto a quanto dettato dalla legislazione vigente, ed in particolare dalla Legge 422/92 che fissava il termine della dismissione completa del carcere al 31 dicembre 1995. Il 28 ottobre Federico Palomba, presidente della Regione Sarda, annuncia che l’indomani si sarebbe firmato l’accordo fra Stato e Regione per l’istituzione del Parco nazionale. Ma, contemporaneamente, proprio lo stesso giorno, ritornano all’Asinara “ospiti” di rilievo fra i quali spiccano i nomi di Totò Riina e Leoluca Bagarella. In dicembre il Consiglio dei Ministri vota una proroga di altri quattro anni per la presenza del carcere, facendo slittare alla fine del 1999 la creazione del Parco.
1996: La reazione di Porto Torres
Nel gennaio 1996, dopo l’arrivo nell’isola dell’Asinara di un altro detenuto di spicco, Renato Vallanzasca, la reazione della comunità locale si fa sentire: il Sindaco Dessì e l’intero Consiglio Comunale minacciano le dimissioni nel caso in cui il Governo non ottemperi agli impegni presi e il deputato sardo Giampaolo Nuvoli invita gli altri parlamentari sardi a fare altrettanto. Nel frattempo, i Verdi di Porto Torres, organizzano un “Comitato di liberazione” ribadendo la loro contrarietà per il metodo di politica moderata che non aveva portato fino ad allora a risultati concreti. Il 5 gennaio si svolge in città, in silenzio ma con una larga partecipazione popolare, una fiaccolata per la liberalizzazione dell’Asinara, nell’ennesimo tentativo di sensibilizzazione. Il 7 febbraio 1996, il Consiglio Comunale, dopo ripetuti tentativi di dialogo istituzionale, si riunisce in piazza Montecitorio a Roma, davanti alla Camera dei Deputati, per manifestare tutta la rabbia nei confronti del Governo che non ha ottemperato alla data di scadenza del 31 dicembre 1995 per la dismissione del carcere. Il 22 febbraio però il decreto scade e viene reiterato il testo originario. In giugno arriva anche il parere negativo ai requisiti della necessità e urgenza dell’utilizzo delle carceri di Pianosa e Asinara: le azioni popolari e istituzionali evidentemente portano i loro benefici effetti ma ancora il Parco non c’è. E si notano le prime manifestazioni di preoccupazione da parte dei 330 agenti di custodia sardi ancora presenti all’Asinara, 150 dei quali abitano a Porto Torres.
Il 1997 è l’anno decisivo per la creazione del Parco. Già dal mese di gennaio il Ministro dell’Ambiente Edo Ronchi conferma la volontà di istituire un sottocomitato per l’Asinara, che opererà in maniera autonoma data la sua specificità e poca omogeneità rispetto al Parco del Gennargentu. Il primo passo per lo scorporo dell’Asinara si concretizza con la Legge 344 del 1997, nella quale all’art.4 viene istituito il Parco Nazionale dell’’Asinara.
Durante la Conferenza Internazionale sulle Isole Protette del Mediterraneo, organizzato in aprile dall’Amministrazione Comunale di Porto Torres e dall’Associazione Mediterranea per l’Avifauna Marina Medmaravis, i rappresentanti dei parchi insulari e marini del Mediterraneo, scienziati e ricercatori di levatura mondiale, uomini politici e cittadini, si recano sull’isola dell’Asinara per quella che può essere considerata la prima visita turistica autorizzata ufficialmente nell’isola.
Nel giugno del 1997, il neoeletto sindaco Eugenio Cossu, indica al Sottosegretario del Ministero dell’Ambiente Valerio Calzolaio, in visita sull’isola, le priorità per l’inizio dell’avventura Parco: viabilità, trasporti e vigilanza.
Nel novembre del 1997 viene emanato il Decreto di perimetrazione provvisoria del parco e le prime norme di salvaguardia. Nel gennaio dell’anno successivo, successivamente alla partenza degli ultimi agenti della Polizia Penitenziaria, si insedia sull’isola il primo nucleo del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale della Regione Sarda, con precisi e impegnativi compiti di controllo dell’isola a terra e a mare, in collaborazione con la Capitaneria di Porto Torres. In attesa dell’istituzione di un organo di gestione del Parco, le strutture e gli animali domestici dell’Amministrazione Penitenziaria vengono affidati all’Azienda Foreste Demaniali della Regione, già presente con il personale sull’isola con compiti di riqualificazione ambientale.
Nel marzo del 1998 viene nominato Presidente del Parco Eugenio Cossu, sindaco di Porto Torres, insieme agli undici componenti del Comitato di gestione Provvisoria, in rappresentanza della comunità locale, degli Enti territoriali istituzionali, delle Associazioni ambientaliste, dell’Università e del Ministero dell’Ambiente.
Il Parco comincia effettivamente ad operare a metà del 1999, con la creazione di una struttura operativa composta da tecnici e personale amministrativo, struttura indispensabile per un’impresa ambiziosa e mai sperimentata in Sardegna e forse in altre parti del mondo: recuperare un’isola e il suo ambiente, per oltre 100 anni interdetti al pubblico e destinati ad usi diversi, ripristinando soprattutto le condizioni naturali e ambientali, la vivibilità e l’efficienza delle infrastrutture di servizio, ma salvaguardando in particolar modo l’atmosfera e l’anima del luogo.
2000: L’Asinara diventa proprietà regionale
Nel giugno 2000, l’intero compendio dell’Asinara comprendente terreni ed immobili viene trasferito dal Demanio dello Stato alla Regione Sardegna, così come previsto dallo Statuto Sardo per le dismissioni demaniali. Restano comunque allo Stato, in capo a vari Ministeri, alcune limitate porzioni di territorio per usi governativi: oltre al faro di Punta Scorno ed alcune zone sommatali di Punta Maestre Serre, affidate ai Ministeri di Difesa e delle Comunicazioni, sono affidate al Ministero dell’Ambiente a al Ministero dei Beni Culturali le strutture più importanti dell’area di Cala Reale. Altre strutture vengono affidate al Ministero delle Finanze, della Giustizia, della Difesa e dell’Interno.
penitenziario Asinara
In Italia il rapporto tra istituzione penitenziaria e tradizione marinara è stato stabilito, e lo è tuttora, in funzione dell’ubicazione di stabilimenti penitenziari su isole e località costiere. Nel corso del XIX secolo, però, il rapporto tra carcere e attività marinara trovava una sua specifica configurazione nella gestione dei bagni penali, stabilimenti penitenziari che, per la loro origine storica, godevano di una autonomia contabile e amministrativa alle dipendenze del Ministero della Marina, mentre i restanti stabilimenti penitenziari dipendevano dal ministero dell’Interno.
Prevista in quasi tutti gli stati pre-unitari, la pena ai lavori forzati, a tempo e a vita, espiata nei bagni penali, fu mantenuta anche nell’ordinamento penale del Regno d’Italia che continuò ad applicare, fino al 1860, gli antichi bandi e regolamenti dei Bagni penali del Regno Sardo, emanati il 26 febbraio 1826.
La riforma attuata con il r.d. 19 settembre 1860 emanava il “nuovo ordinamento dei bagni di terraferma e di Sardegna”, contenente il “r.d. relativo ai bagni stabiliti nell’isola di Sardegna”, il “regolamento per l’Amministrazione e la contabilità dei bagni” e il “regolamento di disciplina e interno ordinamento dei bagni”(Il regolamento di disciplina e di interno ordinamento dei bagni, costituito da sessantanove articoli, dettava le norme riguardanti le funzioni, specificava le attribuzioni di compiti delle varie figure preposte alla gestione dei bagni (Ispettore generale, direttori, cappellani, medici, guardiani) e la disciplina interna (condotta dei condannati e uso della catena). )
L’utilità dei Bagni, però, sia sotto il profilo dell’emenda del condannato che dell’utilità del lavoro prodotto dai forzati, era stata già da tempo messa in discussione da illustri giuristi e penitenziaristi che denunciavano l’assoluta incompatibilità di questi stabilimenti con i principi della riforma penitenziaria che il Regno d’Italia faticosamente andava elaborando.
Il cambio di gestione avvenne con Regio Decreto 29 novembre 1866, n. 3411 (con decorrenza dal 1° gennaio 1867); il passaggio amministrativo determinò anche una radicale, seppure graduale, riforma degli organici del personale di custodia addetto ai bagni. A partire da quell’anno, infatti, i custodi dei Bagni non furono più arruolati dalla Marina e furono sostituiti dalle guardie carcerarie, secondo le modalità di arruolamento stabilite per gli stabilimenti di pena ordinari. Il ruolo organico del personale addetto ai Bagni penali confluì poi, con il Regolamento del 1873, nel ruolo unico delle guardie carcerarie.
I bagni penali, quindi, continuavano a funzionare, ma la loro origine marinara era ridotta sempre più a una soluzione puramente nominale e sempre più irrilevante era il beneficio economico derivante dal lavoro dei forzati. Intanto, il governo, guardando agli esperimenti di altri Paesi, cominciò gradualmente a utilizzare il lavoro dei detenuti nell’attività di bonifica di zone incolte, malariche, aride. Il primo utilizzo di detenuti per lavori di dissodamento e sbancamento si ebbe nel 1885, a Roma, nella zona delle Tre Fontane, mentre un utilizzo sistematico si verificò a partire dal 1891. La Riforma penitenziaria introdurrà, infatti, le colonie penali agricole: in questo settore il lavoro dei forzati offriva migliori risultati nell’attività di dissodamento di terreni e di coltivazione.
La prima colonia agricola fu istituita sull’isola di Pianosa, nell’arcipelago toscano, mentre altre sorgeranno in vari luoghi situati sulla terraferma.
Sulle isole di Asinara, Pianosa e Gorgona fu impiegata la mano d’opera dei condannati per sbancare, dissodare, coltivare terre aspre e selvagge, bonificare terreni.
Successivamente alcune di queste terre furono destinate a famiglie di coloni gestite dall’Ente ferrarese per la colonizzazione interna (legge 30 novembre 1933, n. 1719).
Alcuni bagni penali, quindi, gradualmente furono riconvertiti in colonie agricole, ma, ormai, l’idea stessa di bagni penali era ormai definitivamente superata dalla nuova concezione della pena.
Le colonie penali agricole stabilite sulle isole, nei primi anni del Novecento erano così localizzate: Cuguttu (Alghero), S. Bartolomeo (Cagliari) Sarcidano (Isili) Mamone (Bitti) Asinara (Sassari) Castiadas (Cagliari) tutte situate in Sardegna, mentre nell’Arcipelago Toscano furono impiantate le colonie di Gorgona Capraia e Pianosa (Livorno), per un totale di 17.748,50 ettari.
A seguito della istituzione del Parco Nazionale dell’Asinara e del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, nel corso del 1998, trasferiti i detenuti che vi alloggiavano, le due isole, sono state cedute dall’Amministrazione penitenziaria alle rispettive amministrazioni regionali.
FONTI:
http://www.ristretti.it/areestudio/cultura/libri/storia_riforma_penitenziaria.pdf
alcuni link
http://asinara.go.ilcannocchiale.it/ (racconti di carcerati)
http://www.uniurb.it/giornalismo/lavori2002/manna/pagine%20web/homepage.htm (storia di Giacomo Cabras che ha vissuto all’ Asinara, non carcerato)
http://www.asinarafisherman.it/ (pescaturismo, turismo sostenibile)
Il faro
Il faro di Punta Scorno si trova al nord dell’isola dell’Asinara (il luogo si chiama anche Punta Caprara, ma questa denominazione è meno nota), il faro è stato costruito intorno al 1854 e attivato nel 1859 dal Genio Civile: la sua funzione era ritenuta particolarmente importante e necessaria, date le carenze nel sistema semaforico del Regno Sabaudo evidenziate dal generale La Marmora al Regio Comando della Marina già dal 1850
E’ un faro di prim’ordine, di atterraggio e posizione; dal 1973 è elettrificato. Nel 1993 sono stati installati 10 pannelli fotovoltaici per
alimentare in caso di necessità la lanterna di riserva. Abitato fino al 1977, emette gruppi di quattro lampi. I lampi hanno un periodo di 3 secondi. Da gruppo di 4 lampi a gruppo di 4 lampi ci sono invece 11 secondi di eclissi. In passato, l’ottica era rotante, praticamente fino alla presenza fissa dei fanalisti; ora invece è un’ottica fissa con la luce sempre bianca e lampeggiante, visibile a 28 miglia con atmosfera chiara, l’edificio è una torre circolare alta metri 15,9 basata sul centro di un caseggiato alto 9,1 metri, l’altezza della fiamma è di 28,4 metri sopra la base dell’edificio e metri 80 sopra il livello del mare. L’apparato illuminante è diottrico, cioè formato da prismi disposti superiormente e inferiormente alla fiamma e da una fascia lenticolare che occupa i tre quarti della periferica, di uno specchio metallico che occupa la quarta parte rimanente che è rivolta verso la terra.
L’Asinara (tratto da Le vie d’Italia, 1957)
Interessante articolo che racconta una visita all’Asinara nel 1957 dal punto di vista di un reporter. Nel testo sono descritti alcuni particolari di Cala Reale, luogo di attracco, e quali fossero le strutture presenti. Gli articoli di questo genere sembrano raccontare aspetti diversi (forse perché “personali”) dell’isola, rispetto a quelli dei documenti ufficiali.
Il documento risale al 1957, pubblicato all’interno del periodico Le vie d’Italia edito dal 1917 al 1967.
di Renato Albanese
[...] sopra un piedistallo [...] ergeva una villa di stile architettonico vagamento settecentesco, [...] era il padiglione centrale, adibito ai passeggeri di prima classe.
La Stazione per le quarantene fu istituita nel 1884, allorchè lo Stato, per questo sscopo e per istituirvi, nel 1896, la Colonia Penale Agricola, espropriò l’isola ai Duchi dell’Asinara che l’avevano ottenuta in feudo nel 1775 da Casa Savoia.
[...]La Stazione Sanitaria, articolata in vari padiglioni, è stata [...] potenziata con impianti di docce, e altri servizi. Dua anni addietro era giunta la notizia che sarebbero arrivati all’Asinara quaranta mila ebrei, in diversi turni, per trascorrervi il periodo di quarantena prima di raggiungere Israele. Ma fino ad oggi non si è visto nessuno e la stazione è vuota, in attesa di “clienti”.
L’articolo è consultabile su SardegnaDigitalLibrary
Decreti istitutivi del Parco
Cliccando sul seguente link http://www.parcoasinara.org/?pag=rub&op=showattach&idfam=1&idrub=1 è possibile avere una panoramica della normativa inerente all’area protetta dell’isola dell’Asinara.
Dopo un attenta lettura, verrete a conoscenza dei seguenti concetti:
Art. 4 legge 344/1997: Sono istituiti a decorrere dall’anno 1998 con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell’ambiente, sentite le regioni interessate e previa consultazione dei comuni e delle province interessati, i seguenti parchi nazionali:
a) Cinque Terre;
b) Sila;
c) Asinara
All’Ente parco dell’Asinara sarà affidata la gestione del territorio dell’omonima isola.
Art. 1 DPR 3 ottobre 2002
È istituito il Parco nazionale dell’Asinara.
È istituito l’Ente parco nazionale dell’Asinara che ha personalità di diritto pubblico ed è sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’ambiente.
Il territorio del Parco nazionale dell’Asinara, appartenente al comune di Porto Torres (Sassari), si compone dell’intera isola dell’Asinara e degli isolotti minori compresi entro la distanza di 1 km dalla linea di costa ad esclusione dell’isola Piana.
Sono organi dell’Ente parco nazionale dell’Asinara:
a) il presidente;
b) il consiglio direttivo;
c) la giunta esecutiva;
d) il collegio dei revisori dei conti;
e) la comunità del parco.
Il consiglio direttivo dell’Ente parco dell’Asinara individua, all’interno del territorio del parco, la sede legale, nonché la sede dei propri uffici amministrativi nell’abitato del comune di Porto Torres per motivi di funzionalità operativa, entro sessanta giorni dal suo insediamento.
Costituiscono entrate dell’Ente parco da destinare al conseguimento dei fini istitutivi:
a) i contributi ordinari e straordinari dello Stato;
b) i contributi della regione e degli enti pubblici;
c) i finanziamenti concessi dall’Unione europea;
d) i lasciti, le donazioni e le erogazioni liberali in denaro di cui all’art. 3 della legge 2 agosto 1982, n. 512,
e successive modificazioni;
e) eventuali redditi patrimoniali;
f) i canoni delle concessioni previste dalla legge, i proventi dei diritti di ingresso e di privativa e le altre
entrate derivanti dai servizi resi;
g) i proventi delle attività commerciali e promozionali;
h) i proventi delle sanzioni derivanti da inosservanza delle norme regolamentari;
i) ogni altro provento acquisito in relazione all’attività dell’Ente parco.
I contributi ordinari erogati dallo Stato sono posti a carico dello stato di previsione del Ministero dell’ambiente
e della tutela del territorio.
L’art. 1 del decreto 13 agosto 2002 istituisce,d’intesa con il Ministro dell’economia e delle finanze, l’area marina protetta denominata «Isola dell’Asinara».